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Le nuove forme della diplomazia
Martedì 15 Marzo 2011 11:25

«Come l’11 settembre ha cambiato l'assetto mondiale sul piano della sicurezza, così le notizie che usciranno da Wikileaks lo cambieranno sul piano dei rapporti diplomatici tra i paesi». Così si esprimeva il ministro degli Esteri Franco Frattini il 28 novembre scorso, a proposito delle rivelazioni sul contenuto dei dossier riservati degli ambasciatori americani pubblicati sul sito Internet di Julian Assange.

 

«È evidente — dichiara il titolare della Farnesina — che le valutazioni espresse dai funzionari americani nei diversi dispacci diplomatici resi pubblici da Wikileaks, hanno provocato un danno ai rapporti diplomatici mondiali non tanto perchè rappresentano le policies di Washington, ma perchè minano la fiducia nella riservatezza delle comunicazioni "sensibili"». Si delinea così una riflessione su quale funzione, oggi, la diplomazia assolva effettivamente.

Come cambieranno le dinamiche della diplomazia mondiale e in particolar modo quella italiana?

«La conseguenza nel breve-medio periodo potrebbe essere una reticenza nella discussione tra governi di dossier delicati. Occorre perciò lavorare con discrezione ed efficacia per ricostruire il clima di fiducia, soprattutto con i colleghi americani. Rimane il fatto molto grave della violazione di banche dati protette dall'Amministrazione Usa, che in alcuni casi può mettere in pericolo la sicurezza di validissimi funzionari impegnati in operazioni di intelligence e, in generale, la sicurezza dei cittadini. Per quanto riguarda poi la diplomazia italiana, non ci sono stati "leaks", cioè fughe di notizie da parte nostra e non si pone un problema immediato. Ma dobbiamo trarre anche noi qualche lezione nella protezione delle comunicazioni sensibili ed evitare quanto accaduto negli Usa, selezionando con attenzione chi e con quali modalità può accedere e trasmettere informazioni di tipo riservato».

Quale ruolo ha assunto la diplomazia in uno scenario sempre più globalizzato?

«Il mondo del XXI secolo e la globalizzazione costringono la diplomazia a sfide sempre più complesse anche perché al breve periodo di unipolarismo americano, cui si assistito subito dopo lo sbriciolamento dell'Unione Sovietica, ha fatto seguito un multipolarismo estremamente competitivo. È emersa impetuosamente la Cina, vi sono gli altri paesi Bric (Russia, Brasile e India) in forte crescita e un ruolo sempre maggiore lo riveste una serie di potenze medie regionali (Turchia, Corea del Sud, Sudafrica, Iran, Pakistan) in grado di condizionare l'agenda globale e la soluzione concreta dei problemi. Da un punto di vista diplomatico, tendono a costituirsi diversi formati e gruppi ristretti anche all'esterno delle istituzioni internazionali tradizionali (Quint, Quad, Six parties), perchè quest'ultime sono paralizzate dai veti reciproci (Nazioni unite) o ancora sono incapaci di esprimere sempre una linea comune (Unione europea). In questo scenario in rapida evoluzione, la diplomazia italiana deve lottare per restare tra i principali player europei e globali che contano e decidono. E non soltanto per motivi di rango, ma per difendere i nostri interessi nazionali e i nostri valori».

Come si colloca oggi il nostro Paese sul palcoscenico mondiale?

«L’Italia, oltre a giocare un ruolo importante nel quadro delle Nazioni Unite, guarda al multilateralismo come metodo di lavoro privilegiato in ambito internazionale. Ciò spiega la nostra peculiarità come membro fondatore di almeno quattro principali organismi di "governance" politica mondiale: Ue, Nato, Osce e G7/G8. Ma la nostra credibilità a livello internazionale ce la guadagniamo ogni giorno sul campo, schierando più di 4mila soldati in Afghanistan nell'ambito della missione internazionale Isaf, con 1800 uomini in Libano nella missione Unifil, in Kossovo con 190 funzionari e un italiano a Capo della missione Unmik. Siamo orgogliosamente il primo paese contributore di "caschi blu" tra i partner europei e il G8 e il sesto contributore finanziario al bilancio ordinario e alle missioni di pace delle Nazioni Unite».

Qual è la tendenza oggi più evidente?

«Il cambiamento progressivo del concetto di governance globale, con l'emersione di nuovi attori, impone di adattare e affinare gli strumenti a disposizione della diplomazia, che non deve più essere soltanto portatrice di posizioni in aree definite, ma deve rappresentare la voce di un paese autorevole in grado di contribuire alla sicurezza globale, di pesare in Europa e di coadiuvare il mondo imprenditoriale alla conquista di nuovi mercati».

Quanto le ambasciate contribuiscono a rafforzare i rapporti di collaborazione tra l'Italia e i Paesi in cui sono dislocate?

«Continuo a pensare che sia indispensabile poter contare su ambasciate e consolati, dove vi siano funzionari capaci di comprendere la realtà in cui si trovano, di intessere relazioni - anche di carattere personale - con la dirigenza del paese in cui operano e in grado di saper leggere le tendenze politiche, anche a medio termine, in ciascuna nazione. Nei Paesi Bric, ma anche in Turchia, Asia Centrale, Sud Africa e in molti altri paesi, la nostra presenza diplomatica diventa essenziale soprattutto per poter sfruttare le opportunità che si aprono a fronte di una crescita economica impetuosa».

Come sta mutando, quindi, il ruolo degli ambasciatori?

«Gli ambasciatori già oggi, grazie alla riforma entrata in vigore alla fine dell'anno scorso, sono chiamati a fare i manager: hanno un budget di spesa da gestire in piena autonomia e flessibilità e devono cercare anche contributi dal settore privato mediante contratti di sponsorizzazione. Con la riforma, hanno acquisito il ruolo di perno del sistema Paese così che l'imprenditore all'estero possa trovare nelle ambasciate e nei consolati un interlocutore preparato ad aiutare le aziende e capace di erogare servizi commerciali e consolari di alto livello. Si sta percorrendo la strada verso una nuova cultura aziendale, che pone maggiore enfasi sui servizi all'utenza ed è basata sulla collaborazione con tutti i soggetti del sistema Italia, offrendo loro una gamma di iniziative tali da co-interessarli in progetti comuni. E sono le piccole e medie imprese italiane che vanno accompagnate dalle nostre rappresentanze all'estero, in un'operazione di supporto rispetto a mercati a volte non facilmente decifrabili e dove le dinamiche concorrenziali sono subordinate a uno stretto rapporto con le articolazioni governative locali».

Come si prospetta il futuro?

«In Europa, il ruolo di ambasciate e consolati sta rapidamente cambiando e si è proceduto a una razionalizzazione della nostra presenza diplomatica e consolare. Con il Trattato di Lisbona, si è anche affiancato da pochi mesi il "servizio di azione esterna europea", guidato ora da Catherine Ashton che in un futuro, spero non troppo lontano, si potrà trasformare in un vero servizio diplomatico per l'intera Europa, quando questa potrà dire di avere una politica estera per tutti gli Stati che ne fanno parte».


Ultimo aggiornamento Martedì 15 Marzo 2011 11:54
 

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