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L'Italia dei disastri PDF Stampa E-mail
Editoriale
Scritto da Redazione   
Domenica 12 Ottobre 2014 17:21

Ripropongo delle considerazioni fatte in occasione della tragedia di Sarno. Nulla è cambiato da allora e le denunce sono tutte attuali. La foto si riferisce all'alluvione di Genova del 1970.

 


"Morfologia, orografia, geologia sono termini fondamentali per governare e monitorare il rischio idro-geologico dell’Italia. Morfologia ed orografia giocano un ruolo importantissimo nella distribuzione delle piogge sulla nostra Penisola, ma a causare il maggior numero di danni e vittime in Italia non è sempre il fato, ma assai più spesso l’abusivismo edilizio, il menefreghismo, la cattiva gestione del territorio, la costruzione di argini troppo stretti e la malversazione di alcuni amministratori senza scrupoli.

La cronaca ci ha abituati ormai a non fare più caso alle decine di eventi che quasi quotidianamente hanno interessato il territorio del nostro paese. Ma perchè la memoria degli italiani non difetti, riportiamo alcuni dei disastri più gravi dei nostri tempi:

1 dicembre 1923: disastro del Gleno (Bg): morti 500. Le cause furono il crollo della diga per cattiva progettazione e costruzione.

13 agosto 1935: disastro di Molare (Al): morti 111. Crollo della diga per motivi geologici e strutturali.

2 dicembre 1959: disastro di Malpasset: morti 423 per crollo della diga per motivi geologici e strutturali

9 ottobre 1963: il Vajont, 1910 vittime. Causa del disastro: natura geologica delle sponde dell'invaso. Il 10 ottobre del 1963 titolavano i giornali: “Emergono da un mare di fango centinaia di poveri corpi straziati (Il Gazzettino); L'onda della morte (Corriere della Sera); Oltre 3000 morti a Longarone distrutta (Il Gazzettino/edizione straordinaria); 3000 morti, i terribili 7 minuti (Il Giorno); Errore gravissimo (Il Giorno); Il disastro poteva essere evitato (Il Secolo); Stato un assassinio (L'Unità); Migliaia di morti nei gorghi del Piave.

Scriveva Sandro Dini sul Secolo XIX: “….oserei dire che qui a Longarone e nella zona tutta intorno , la distruzione è stata più totale che in Giappone: a Hiroschima era infatti rimasta qualche casa in piedi, anche nella zona dell’epicentro dell’esplosione. Qui, per una zona che si può calcolare lunga 3 chilometri e mezzo e larga dai 500 ai 900 metri, non è rimasto nulla di vivo o di vita, ma solo desolazione, distruzione e dappertutto una roccia brulla colore del deserto... Ma dopo i giorni del lutto, i lunghi processi e le buone intenzioni tutto restò come prima. Mentre la politica ignorava completamente la prevenzione e si dedicava all'organizzazione del dopo catastrofi, la natura faceva il suo corso, supportata da un esercito di incoscienti: politici, professionisti, speculatori e criminalità organizzata.

E puntualmente arrivò il giorno di Sarno: “martedì 5 maggio 1998, alle quattro del pomeriggio, dopo sei giorni di pioggia intensa ma non eccezionale (140 millimetri nelle 48 ore precedenti), una prima frana si stacca dai versanti del Pizzo d'Alvano e investe Episcopio, frazione di Sarno. Poi, dalle otto di sera e per tutta la notte, è la catastrofe: una serie di vere e proprie colate di fango colpisce altri paesi pedemontani: Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano. Il fronte delle colate fangose raggiunge altezze dell'ordine dei metri e semina morte e distruzione: più di duecento morti e migliaia di sfollati”. Questo il ferale Bollettino Nazionale di Italia Nostra, n. 347/1998.

Ancora una volta, all’indomani del mare di fango che ha invaso Messina con le sue vittime e distruzione, l’Italia si ricorda di avere un conto in sospeso con il suo territorio. La maggior parte degli Italiani si indignano, alcuni si dicono profondamente affranti, altri fanno scattare l’istinto della solidarietà che per fortuna ci contraddistingue, taluni si affrancano dalle proprie responsabilità accusando i propri predecessori e l’abusivismo edilizio incontrollato ed incontrollabile lasciatogli in eredità, i più fantasiosi poi si scrollano ogni addebito di responsabilità portando a discapito delle proprie colpe i cambiamenti climatici, quasi che il clima sia sempre rimasto uguale a se stesso dalla notte dei tempi, mentre solo oggi cambia a suo piacimento.

Sta di fatto che all’indomani dell’ennesimo annunciato disastro ambientale si scopre che politici ed amministratori sono tutti altamente propositivi ma, passata l’enfasi e lo sdegno iniziale, tutto torna allo status quo in cui versa la nostra nazione dal dopoguerra. E’ vero, la geologia ed il clima non ci danno certo una mano nella corretta gestione del territorio. L’Italia è infatti una nazione geologicamente giovane, la gran parte del suo territorio si è formata in ere recenti, le poche pianure che la ricoprono sono tutte di tipo alluvionale, e già questo aggettivo dovrebbe far riflettere e far capire che si tratta di terreno soggetto ad alluvioni, altrimenti non avrebbe questa definizione.

Le montagne e colline sono geologicamente instabili ed i disboscamenti e cementificazioni selvaggi e gli incendi estivi non gli rendono di certo un buon servizio. La sua posizione in mezzo ad un mare che ne esalta ed enfatizza gli episodi piovosi non fa altro che accrescere ulteriormente il rischio idro-geologico del nostro territorio. Ma se a tutti questi fattori scatenanti ci aggiungiamo la pessima gestione del territorio, ecco che il disastro nel nostro paese è sempre in agguato dietro l'angolo. Non occorre essere geologi e neppure esperti di meteorologia per sapere che l’Italia corre costantemente questo rischio.

Forse noi Italiani siamo un popolo di smemorati dalla memoria assai corta. Forse siamo semplicemente un po’ menefreghisti, sta di fatto che le nostre cronache sono piene di disastri naturali tutti tristemente noti e tutti deliberatamente dimenticati perché a nessuno piace vivere con una spada di Damocle che pende sulla propria testa. Ma se l’uomo di strada vorrebbe poter vivere senza la costante ansia del pericolo in agguato, ci si aspetterebbe che almeno colui che è profumatamente pagato per assolvere al lavoro di pianificazione e monitoraggio facesse almeno in parte il proprio dovere, ma ogni giorno di più pare che questi confonda il proprio dovere di pianificare con il dovere di arricchirsi alle spalle di chi lo ha in buona fede delegato.

Per non dimenticare cos’è realmente l’Italia ecco una piccolissima parte dei 21.275 e lo scrivo anche in lettere perché lo si memorizzi meglio, ventunmila duecento settantacinque, eventi franosi che hanno interessato l’Italia da che esiste un censimento ufficiale e ben 16.199 eventi di inondazioni che hanno colpito altrettanti comuni, partendo dal 18 Novembre 1951 quando, a seguito di intense e prolungate piogge avvenute nel bacino idrografico del Fiume Po, lo stesso ruppe gli argini di sinistra ad Occhiobello, Malcantone e Paviole in provincia di Rovigo provocando la più vasta inondazione del xx secolo in cui persero la vita 123 persone, 7 rimasero disperse e 140.000 persone rimasero sfollate senza un tetto. Si tratta del primo dei tanti disastri naturali avvenuti nel nostro paese in era moderna, tristemente noto come l’alluvione del Polesine ed evidentemente deliberatamente dimenticato dai più."

La conclusione che meglio si adatta a questa nota è stata scritta da Andrea Aparo sul Fatto Quotidiano del 2 novembre 2011, dopo gli eventi delle Cinque Terre e poco prima di quelli di Genova: “Ciò che è eccezionale è l’incuria, l’indifferenza, la violenza con cui noi italiani abusiamo del nostro territorio. Eccezionale è che mai nessuno e nessuna delle istituzioni siano responsabili di alcunché. Eccezionale è che ogni volta la colpa è del clima che impazzisce.”

Dopo il terremoto di Messina del 1908, il Re d’Italia Vittorio Emanuele III emanò il Regio Decreto n.193 del 18/4/1909 che stabiliva, fra le altre cose, il “divieto di nuove costruzioni e ricostruzioni su terreni posti sopra e presso fratture, franosi o atti comunque a scoscendere, od a comunicare ai fabbricati vibrazioni e sollecitazioni tumultuarie per differente costituzione geologica o diversa resistenza delle singole parti di essi”. Mai norma è stata più disattesa e le conseguenze sono oggi evidenti. Evitare di costruire e di ricostruire nelle aree a rischio è la migliore strategia per la riduzione del rischio stesso.


Ultimo aggiornamento Domenica 12 Ottobre 2014 19:07
 

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