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Le sentenze si criticano, eccome! PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Di Claudio   
Lunedì 03 Giugno 2019 04:30

 

Le notizie riportate dai media in questi giorni sullo stato della giustizia italiana riaprono vecchie ferite in realtà mai rimarginate.

 

Durante la mia attività lavorativa ho avuto spesso rapporti con i Tribunali del Paese, avendo così possibilità di incontrare magistrati di ogni ordine e grado. Moltissimi,  saggi e preparati, autentici luminari e riferimento certo per la gran massa di giuristi di cui abbonda il nostro Paese; altri, purtroppo, indegni di essere chiamati magistrati, veri campioni del copia incolla, se non collusi con lobby che purtroppo si aggirano nei corridoi e nelle aule di giustizia. Questi ultimi, sicuramente laureati con il famigerato “30 politico” e giunti alla magistratura attraverso il ben collaudato sistema della “raccomandazione”.

Le mie non sono solo congetture, ma trovano conferma nell’ampia cronaca giudiziaria che purtroppo ci racconta della corruzione che esiste in seno ai giudici.

Riporto di seguito una lettera inviata a Beppe Severgnini da una candidata ad uno dei concorsi indetti dalla Magistratura e che descrive in maniera precisa lo stato d’animo di chi si è preparato con impegno e scrupolo e che si è visto respinto per le scorrettezze accertate.

“Caro Beppe, cari Italians, è con tristezza e sconforto che giorno dopo giorno apprendo dai giornali le vicissitudini legate alle scorrettezze emerse durante l'ultimo concorso di magistratura, sui cui esiti ormai credo tutti nutrano forti riserve. Tristezza per le persone che per questo concorso si sono preparate per anni con costanza e sacrificio, persone che amavano quello che facevano e si sono presentate agli scritti consegnando il risultato di vacanze saltate, domeniche sui libri, rinunce, fatica, con la convinzione che il loro lavoro sarebbe stato valutato in maniera imparziale. Non è stato così. E mentre chi l'ha passato non ne può gioire, chi non l'ha passato non può sapere come era fatto veramente il proprio compito. E anni di vita di queste persone, di sicuro giovani e idealisti, finiscono in rancore e disprezzo nei confronti di quello in cui prima credevano. Tristezza perché in questo modo viene tradita la fiducia di tutti gli italiani nei confronti della magistratura, tristezza perché gli italiani non sanno più dove girarsi senza provare del sospetto, tristezza perché così gli italiani perpetuano e cristallizzano uno scetticismo ormai insito nel Dna tricolore. E tristezza perché ancora adesso, nel ventunesimo secolo, l'Italia perde la faccia davanti al resto del mondo a causa di questi episodi di meschina disonestà, a scapito di chi cerca di creare veramente un'Italia migliore. Vergognatevi! “

La lettura di questa lettera e l'insonnia cronica che mi affligge da anni, mi hanno fatto tornare indietro al 2001, quando problemi originati dall’attività lavorativa mi indussero a ricorrere al Giudice per vedere accolte le mie ragioni.

Avevo preparato il ricorso con impegno scientifico, corredato da centinaia di prove documentali. Non avevo dubbi sull’esito, Il mio avvocato trascrisse il ricorso in linguaggio “avvocatese” e ci apprestammo ad affrontare il giudizio.

Tra le prove più efficaci vi erano delle registrazioni da me effettuate e che la Procura della Repubblica aveva avuta  cura di far “sbobinare” da un perito giurato.

Sin dalla prima udienza cominciai a dubitare sulla capacità, o volontà, di quel giudice di arrivare ad una sentenza equa. I suoi verbali, redatti a fine udienza, ignoravano i fatti salienti, alcune dichiarazioni verbalizzate in maniera distorta se non addirittura falsa e la stanchezza con cui venivano gestite le udienze (di fronte alla mole delle prove presentate ebbe a dire “e adesso chi legge tutto questo!?!) Presto cominciai a ricredermi sulla imparzialità a cui avevo sempre creduto.

Per quanto riguarda l’intercettazione il giudice verbalizzò alcune dichiarazioni della controparte in maniera assolutamente distorta. Come si può confondere parte e controparte!

Ne parlai col mio avvocato che mi assicurò sull’onestà morale del giudice. Mi rispose che sì, i miei dubbi erano fondati, ma che l’esito non poteva che essere a “nostro favore”.

Il giorno della sentenza ero fiducioso. Rischiai un infarto quando ascoltai le fatidiche parole: il ricorso è respinto e le spese seguono la soccombenza (circa 40.000 euro).

Il mio avvocato non osava guardarmi; io continuavo a dire che i miei sospetti sulle verbalizzazioni erano fondati e che lui avrebbe dovuto far notare le incongruenze. La sua risposta fu che "non poteva mettere a repentaglio le cause di altri clienti."

Allora compresi appieno il funzionamento della causa, il potere dei giudici ed il tritacarne in cui finiscono gli illusi, come me che si rivolgono fiduciosi alla Giustizia. Ma non mi persi d’animo. Cominciai a scrivere il ricorso in appello; ma intanto erano trascorsi quattro anni dall’avvio della causa: la mia pensione era ancora lontana e la salute cominciava a risentirne.

Trascorsero altri tre anni (e sono sette). Finalmente la Corte d’Appello ribaltò la sentenza e mi diede ragione al 50%. La controparte fu costretta ad indennizzarmi e restituirmi parte delle spese legali. Mi sentii appagato, tanto da rinunciare al ricorso in Cassazione. Ero stanco per la tensione accumulata.

A ricorrere in Cassazione fu controparte. Presi allora contatto con un avvocato professore cassazionista di Roma che, compresa la mia situazione psicologica, mi dedicò molto tempo, tutta la sua professionalità e, soprattutto, la sua pazienza.

Per la prima volta ebbi chiaro il verso che avrebbe presa la causa. Il ricorso era preciso, ben strutturato e contestava punto per punto le pretese assurde di controparte. Dopo altri tre anni (e sono dieci) la Corte di Cassazione si espresse riconoscendo le mie ragioni al 100% e rinviando la causa ad altro Tribunale per calcolare l’indennizzo e le spese.

La sentenza della Cassazione ebbe risonanza, fu commentata da insigni giuristi e fu citata a Roma nella relazione d’inizio dell’anno giudiziario.

Tra i tanti commenti pubblicati in riviste giuridiche ne riporto uno tranciante di un noto giurista italiano: l’attuale decisione contrasta e scoraggia di fatto quella prassi su cui si adagia molta nostra magistratura di merito quando nel decidere una controversia in cui talora il lavoratore ha ragione al 100% fa giustizia con lo sconto… all’insegna del “prego, s’accontenti!”. E’ una prassi che riscontriamo troppo spesso, che finisce per essere altamente irrispettosa oltreché massimamente irritante e che dà corpo alla cd. “giustizia” transattiva, ben lungi dall’essere vera giustizia, ma compromesso mercantile realizzato in una sede e da una struttura istituzionale a ben altro deputata”.

Un successo morale per me che, però  non mi restituì la salute. La Corte di Appello adita mi riconobbe in sentenza una malattia professionale mai riconosciuta dall’Inail per motivi procedurali, infermità che ha condizionato e condiziona pesantemente la mia vita.

Decisi di non ricorrere. Della Giustizia, non mi fidavo più.

A quel Giudice di primo grado, - a cui sicuramente la Cassazione ha trasmesso la decisione, - che mi ha tolto dieci anni di vita e condizionati i successivi voglio solo ribadire che sin dalle prime battute del giudizio aveva persa la mia fiducia, ma mai  gli ho augurato il male né lo farò adesso. Quella malattia professionale in atto ha contribuito alla formazione di un tumore maligno al pancreas. Per adesso i medici hanno fatto il miracolo; sono sereno e vivo alla giornata, ringraziando Dio tutte le volte che vedo il sorgere del sole, come oggi.

Dove non è vergogna, manca virtù e onore.

 

 


Ultimo aggiornamento Lunedì 03 Giugno 2019 05:05
 

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