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Novembre nero PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Di Claudio   
Mercoledì 09 Novembre 2011 14:05

E’ un Novembre nero, non solo per il maltempo, l’economia ed il governo, ma anche per gli scioperi, che stanno paralizzando il Paese. Dopo lo sciopero dei trasporti di due giorni fa, che ha provocato non pochi disagi nelle principali città italiane, da ieri è iniziato lo sciopero dei benzinai, che dure per ben tre giorni, sino al mattino dell’11 Novembre.

 

La protesta è valida per tutti i distributori aderenti, sia in città, sia in autostrada, anche se in quest’ultimo caso lo sciopero durerà solamente fino alle ore 6 di venerdì, quindi un’ora di meno di quello cittadino. Il nodo più importante da scogliere è il bonus fiscale presente da ormai 17 anni, che scadrà alla fine dell’anno in corso e i sindacati ne vorrebbero il rinnovo. Invece, pare esista il rischio non solo che non venga ripristinato, ma che anzi venga decurtato con effetto retroattivo, obbligando i gestori a rimborsare i soldi.

Ieri si era tenuto un ultimo incontro in extremis con i rappresentanti del governo per vedere se era possibile scongiurare la serrata, ma non si è raggiunto alcun accordo. A tal proposito, il sottosegretario Saglia allo sviluppo economico ha fortemente criticato la decisione di intraprendere lo sciopero, definendolo un atto di irresponsabilità visto il momento di crisi che attraversa la nazione.

A sostenere la serrata delle pompe di benzina sono i gestori di Fegica-Cisl e Faib-Confesercenti, mentre Figisc e Anisa Confcommercio hanno deciso di non prendervi parte. Va anche ricordato che, in segno di solidarietà con le popolazioni alluvionate, lo sciopero non è stato proclamato nella zona della Lunigiana (i comuni che non parteciperanno alla chiusura dei distributori sono quelli di Aulla, Bagnone, Filattiera, Fivizzano, Mulazzo, Pontremoli, Villafranca e Zeri) in Toscana e in Liguria.

Da parte del governo era venuta anche la proposta di incremento di un millesimo del prezzo della benzina e l'esenzione per i gestori della commissione su carte di credito e carte prepagate. Ma, per Fegica-Cisl e Faib-Confesercenti, il governo si è presentato alla discussione "a mani vuote".

E da oggi inizia anche uno sciopero dei giornalisti Rai, che protestano contro il tentativo di “rottamare” l’azienda. In una nota, l’Usigrai, ha scritto: “''In questi ultimi mesi il Servizio pubblico ha visto l'uscita di volti noti dell'azienda e la chiusura di trasmissioni di successo che, oltre a garantire una informazione plurale, assicuravano introiti pubblicitari, ancor più importanti in una fase di difficoltà economica come quella attuale. L'ennesima dimostrazione di inadeguatezza e' stata data oggi con una clamorosa marcia indietro in una trattativa che si avviava a concludersi positivamente sulle diverse vertenze aperte''. Oggi i servizi di Rai3 sono andati senza firma dei giornalisti, mentre i telegiornali di Rainews sono andati in onda in forma ridotta e senza servizi in voce, per l'astensione audio video dei giornalisti.

L’Usigrai ha precisato che, in adesione allo sciopero generale degli operai, impiegati e quadri proclamato dalla Slc Cgil, Uilcom Uil, Ugl Telecomunicazioni, Snater, Libersind Confsal, in risposta al piano industriale che esternalizza il lavoro, che cede settori strategici della Rai, espelle lavoratori riducendo la capacità produttiva, ideativa e formativa del servizio pubblico radio televisivo, mettendo di fatto a rischio il futuro della più grande azienda culturale del Paese, che deve essere garanzia di pluralismo e democrazia; i giornalisti e dirigenti Rai intendono devolvere la somma di una giornata di lavoro a Telethon, in segno di solidarietà e partecipazione. Non ha aderito allo sciopero la Fistel-Cisl perché, si spiega in una nota, "in un contesto di oggettiva espansione della Rai e della sua offerta televisiva con l'avvento del Digitale terrestre" il sindacato "non può limitarsi ad esternare 'intuizioni' o manifestare semplicemente preoccupazioni, ma ha la responsabilità di governare il processo di cambiamento, ritenendo il 'tavolo permanente di concertazione' il mezzo più idoneo e concreto per ricercare quelle soluzioni strutturali che diano prospettive di futuro all'Azienda e di tutti coloro che in essa operano".

Quando al direttore generale Mauro Masi, egli ha scritto che: “E' fin troppo ovvio riconoscere che il diritto di sciopero e' un diritto fondamentale dei lavoratori e va pertanto rispettato e garantito ma non si può non apprezzare le ragioni per le quali una grande organizzazione come la Fistel Cisl ha deciso di non aderire ad uno sciopero come quello proclamato da altre organizzazioni sindacali Rai”. Nel suo comunicato ufficiale poi, la dirigenza Rai continua a ritenere che vadano rigettate tutte le provocazioni e le strumentalizzazioni politiche e che invece la ripresa del confronto con tutte le sigle sindacali sia la maniera per poter ricercare soluzioni strutturali e governare i processi di cambiamento in atto. Ed ha aggiunto che, “sebbene il diritto di sciopero vada sempre rispettato e garantito, i telespettatori devono sapere che in questo caso si tratta di uno sciopero contro una Rai impegnata a risanare per la prima volta, in maniera seria e responsabile, il proprio bilancio e pertanto a difendere i posti di lavoro; contro una Rai in grado di vincere - e quest'anno con un distacco record - la competizione degli ascolti; contro una Rai capace in pochi mesi di moltiplicare la propria offerta passando dagli storici 3 canali analogici ai 14 digitali tutti a titolo gratuito ,con un grande vantaggio per i telespettatori”. Stasera 'Porta a Porta', darà il via alla serie egli speciali ''Primaserata'' con una trasmissione dedicata alla crisi di governo e all'emergenza economica. Su Rai2 torna l'ispettore Coliandro e nuove rivelazioni sull'omicidio di Yara a Chi l'ha visto? su Rai3. Ma si può parlare di Rai in crescita di competitività dopo la cacciata di Santoro, della Dandini e di tanti altri? E se con Fiorello la Rai punta ai fasti di altri tempi, è questo il modo di interpretare e declinare il servizio pubblico? “Il più grande spettacolo dopo il weekend”, prevede anche un duetto fa Fiorello e Benigni e ieri, alla conferenza stampa di presentazione del programma, vi era l’intero stato maggiore schierato in prima fila, con gran pienone nel Salone degli Arazzi di Viale Mazzini e perfino cospicuo buffet al termine dell’incontro. E’ chiaro che sullo showman puntano proprio tutti e se non si fanno ascolti con lui è meglio chiudere la baracca e allora via con i sorrisi divertiti anche quando si viene presi di mira senza pietà, con riferimento al delicato momento politico. Ma, davvero, non è questo né crescita, né informazione. La televisione, soprattutto pubblica, non può essere solo intrattenimento, perché, in questo modo, diventa lo specchio, anzi l’epifania di una “modernizzazione” inevitabilmente catastrofica. Longanesi e Pasolini, da punti di vista molto diversi ed anzi, totalmente divaricati, dissero che la tv produce degrado culturale, dissipazione di identità, corruzione antropologica, certamente esagerando. Ma credo abbia ragione Vincenzo Cerami che, pur partendo da una prospettiva non estranea alla percezione pasoliniana di una omologazione antropologica prodotta, a pari merito, dalla televisione e dai casermoni di periferia, però aggiunge: “mi colpisce la macchina televisiva, mi chiedo se la televisione debba essere solo volgarità e quindi violenza”. Credo, insomma, che la televisione, oltre a tutte le inquietudini, le indignazioni o i fastidi che l’accompagnano, assume in Italia un significato di metafora civile che non a pari in altri Paesi al mondo. La tv è trattata sulla carta stampata in quest’ottica metaforica, anche nelle sezioni più nobili e impegnative, come gli articoli di fondo. A farne le spese più pesanti è – ovviamente – il servizio pubblico, costantemente inadeguato al compito che si vorrebbe svolgesse: di risolvere cioè le tensioni, le divisioni, le contrapposizioni che segnano la realtà nazionale. Il servizio pubblico deve essere motivato con la necessità di assicurare un prodotto di qualità; cosa che non sarebbe garantita dalla tv commerciale, alla quale, del resto – diversamente dal pluralismo – non viene neppure richiesta e questa esigenza va conciliata con un vincolo altrettanto forte: essere competitivi sul piano degli ascolti, perché non esiste servizio pubblico se il pubblico e' altrove. Se il servizio pubblico va così inteso e realizzato, è sbagliato discriminare, all'interno della produzione televisiva, in base a generi e/o tipi di trasmissione ciò che è servizio pubblico da ciò che di per sé non lo sarebbe, per cui una concessionaria dovrebbe essere esonerata o addirittura diffidata dal fornirlo. Ma non si può considerarlo virtuoso se propone solo Vespa, Fiorello e “Radio Londra” oltre a fiction e reality.


Ultimo aggiornamento Mercoledì 09 Novembre 2011 14:09
 

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