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Ricchi e poveri nel paese delle disuguaglianze PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
Martedì 13 Dicembre 2011 12:20

Dei pulloverini di Sergio Marchionne si sa quasi tutto, della sua paga si parla un po' meno. Più che in termini assoluti, è utile considerare la retribuzione del manager in termini relativi: rapportata a quella media del personale della Fiat, fa 133.

 

 

 

 


 

Ossia: un dipendente della Fiat deve lavorare almeno per 133 anni (in media: gli operai un po' di più) per guadagnare quanto guadagna il suo amministratore delegato. Anche i “Ceo” delle banche e delle grandi aziende pubbliche italiane hanno moltiplicatori imponenti, rispetto alle paghe dei lavoratori (si veda il prospetto riassuntivo in Cda, quanto mi costi?, di Casanova e Roncoroni su: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002005.html); ma la Fiat è l'azienda che più si è allineata alla tendenza mondiale dell'ultimo ventennio, ossia la divaricazione crescente tra le paghe dei capi e quelle dei sottoposti.

Tendenza che dà una delle caratteristiche principali della crescita delle diseguaglianze nella nostra società: l'emersione di una classe di “working rich”, il cui altissimo livello di entrate è collegato alla posizione lavorativa e non all'eredità o a proprietà, e i cui redditi e consumi viaggiano come in un circuito chiuso, autoreferenziale.

Ricchi e poveri sempre più divaricati in Italia, un Paese che ha accumulato divari di reddito più di ogni altro, negli ultimi anni. L’alta disuguaglianza è un tratto distintivo del nostro paese oramai da molti anni. Dopo un periodo di tendenziale diminuzione, tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, le distanze nei redditi disponibili delle famiglie italiane, già alte nei confronti internazionali, si sono ulteriormente e repentinamente ampliate tra il 1992 e il 1993.

In base ai dati del Luxembourg Income Studies, il coefficiente di Gini era al 29 per cento nel 1991 ed è saltato al 34 per cento nel 1993. Successivamente, si sono avute limitate oscillazioni e questo consente di parlare di una situazione di stazionarietà della disuguaglianza, almeno come rilevata dal coefficiente di Gini, che si è protratta per circa un quindicennio, fino alla crisi del 2008 dei cui effetti è troppo presto per parlare.

Secondo l’Ocse, il coefficiente di Gini in Italia è peggiorato di circa 3 punti tra metà degli anni Ottanta e metà degli anni Novanta e di un ulteriore punto circa nel decennio successivo. Per dare un’idea approssimativa di che cosa questo significhi, si consideri che un peggioramento del Gini del 2 per cento si avrebbe, approssimativamente, se tutti coloro che fanno parte del 50 per cento più povero della popolazione perdessero il 7 per cento del proprio reddito a vantaggio del 50 per cento più ricco.

Tutto questo lo dice un libro di 199 pagine, edito dalla Università Bocconi e scritto da un professore di economia della Sapienza, Maurizio Franzini, intitolato Ricchi e poveri. L’Italia e le disuguaglianze (in)accettabili, in cui si parla di una Nazione che accetta le disuguaglianze come fossero una ineludibile fatalità. I dati che Franzini porta dimostrano, per esempio, che solo cinque paesi dei 30 dell’area Ocse fanno peggio dell’Italia e che la disuguaglianza economica in Italia è rimasta stabilmente alta negli ultimi 15 anni.

E, ancora, compie un’attenta analisi delle condizioni tutte italiane, che favoriscono il radicamento delle disuguaglianze. In primo luogo, il fenomeno dell’alta trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze, dato che secondo alcuni studi la disuguaglianza che c’è tra i figli è per metà spiegabile dalla differenza di reddito che sussisteva tra i rispettivi genitori. Tale trasmissione si realizza poi, anche in altri canali come l’istruzione. Il titolo di studio elevato di genitori benestanti incide sulle probabilità dei figli di ottenere simili titoli, che permette poi di accedere a redditi più elevati.

In Italia c’è un ampio cuneo tra le prospettive dei figli dei ‘ricchi’ e quelle dei figli dei ‘poveri’. Passando poi al tema della distribuzione dei redditi, Franzini sostiene che la notevole estensione dei contratti a tempo determinato e atipici ha lasciato molti lavoratori sotto la soglia di povertà e determinato uno slittamento verso il basso dei salari. Il fenomeno della crescente concentrazione del reddito dei super-ricchi ha conosciuto intanto un notevole impulso con l’accesso a compensi molto elevati permesso da meccanismi solo limitatamente riconducibili ad abilità personali.

Nel libro si passa poi ad illustrare le sue perplessità sulla teoria molto diffusa, e che ha molto influenzato il dibattito, secondo cui la disuguaglianza è accettabile perché è funzionale alla crescita e giova al progresso sociale. Invece, il nesso tra crescita e disuguaglianza è molto debole e meglio si farebbe a considerare i due fenomeni largamente indipendenti. Quest’approccio strumentale alla disuguaglianza, che subordina la sua riduzione alla crescita economica, si aggiunge ad altri fattori, secondo Franzini, nello spiegare la tolleranza della disuguaglianza in Italia e la sua perdita di rilevanza nel dibattito politico.

In primo luogo, l’alto numero di ‘poveri inegualitari’, come li descrive Franzini, che ritengono che gli ostacoli all’arricchimento non sono ardui da superare e credono nel ‘salto di corsia’. E poi il numero elevato di ‘poveri silenziosi’, delusi da una politica percepita come funzionale agli interessi dei benestanti e che non manifestano più il loro disagio. Insomma, questo libro pubblicato ad e non troppo reclamizzato da allora, non solo porta ad analizzare nel profondo le diseguaglianze reali della nostra società – una delle più diseguali e immobili d'Europa -, le fratture tra generazioni, e tra tipologie di lavoratori; ma a dire che nelle diseguaglianze italiane il merito (il famoso e celebrato merito) non c'entra niente, anzi la preparazione personale in termini di istruzione deprime le quotazioni sul mercato delle braccia e delle menti.

Porta gli economisti a uscire dal dogma della scienza esatta e avaloriale, per misurarsi con valori, realtà, concretezza della società e delle istituzioni. Infine, dovrebbe portare la politica a scegliere ed esprimersi su questo. “Una capacità – scrive Franzini – che presuppone doti che su vorrebbero più abbondanti: competenza e indipendenza”. Sarò opportuno che il libro sia rivisto in questi giorni da un governo che dice di muoversi nella direzione di equità e meritocrazia. E sarà anche il caso si (ri)leggano “L’Italia delle diseguaglianze”, di L. Cappellari - P. Naticchioni - S. Staffolani, appena edito da Studi Economici e Sociali Carocci, per meglio comprendere, nell’endemico fenomeno, il ruolo giocato da vari fattori: dal commercio internazionale al cambiamento tecnologico, dalle istituzioni alle riforme dell'istruzione e quelle inerenti alla flessibilità del mercato del lavoro, dalle discriminazioni di genere all'evoluzione dell'economia sommersa.

E, siccome tendiamo sempre a prendere a modello (anche ora) gli USA, si tenga anche conto che l’aumento della disuguaglianza è avvenuto in America lasciando indietro l’americano medio, in altre parole tutti i guadagni della crescita degli ultimi 30 anni sono andati ai profitti o ai salari al top della distribuzione del reddito. E’ un fenomeno noto e sempre più studiato che negli ultimi trenta anni i salari reali mediani degli americani siano rimasti pressoché costanti a fronte di una forte crescita del PIL. Sono diminuiti nel tempo i salari degli americani che hanno un titolo di studio di scuola superiore o che non hanno neanche quello; e sono cresciuti pochissimo i salari di chi ha frequentato qualche anno di università: si tratta di più del 50 per cento della popolazione degli Stati Uniti.

Pertanto, la crisi del mercato finanziario è dovuta non solo all’ingordigia e all’irresponsabilità dei banchieri, ma anche a una domanda di credito fondata sul basso tasso di crescita dei salari di più del 50 per cento della popolazione. La domanda di credito si è diretta soprattutto a comprare case i cui mutui non sono poi stati pagati.

In conclusione, il nostro è un Paese ad alta disuguaglianza che se, per ora, non rischia una crisi finanziaria per eccesso di debito privato, lo deve alle generazioni che hanno accumulato in passato. Ma il pericolo, ora, non è scongiurato, anzi.

Carlo Di Stanislao


Ultimo aggiornamento Martedì 13 Dicembre 2011 12:40
 

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