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La notte di Lamir PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Di Claudio   
Lunedì 20 Luglio 2009 09:28

Scivolava lentamente nella Notte profonda del cielo freddo di Lamir. Ghiaccioli di ritrone condensato urtavano continuamente la navicella glaciale scalfendone la superficie ad ogni impatto.

 

Spilli freddi li incidevano, con piccole trafitture continue, tagliuzzandone lo strato più esterno. La stagione della Notte era appena cominciata. Ci si allontanava sempre più da Filideh per sprofondare nel gorgo buio del sole cieco di Zilideh.  

Un'intera stagione li divideva dal primo-sole, quello Buono, come lo chiamavano gli anziani. Ma già le nuove generazioni dimenticavano l'antica distinzione e non c'era quasi più nessuno che avesse meno di trantamila anni-Mir che potesse ricordare Zilideh luminoso e caldo. E questi stessi ricordavano i padri e i nonni lamentarne già la luce sempre meno e intensa e il calore sempre più debole. Ormai era quasi del tutto spento. La navicella procedeva con movimenti ondulatori e circolari per scrollarsi e far schizzare via i ghiaccioli al contatto. Una precauzione in più ma non ancora sufficiente ad assicurare la tranquillità: anche la più piccola infiltrazione o il più deposito di ritrone avrebbe minacciato seriamente il funzionamento della capsula. La macchina era calibrata perfettamente.

Anni di studi ne avevano permesso la sperimentazione e la realizzazione e gli innumerevoli fallimenti non erano mai riusciti a provocare l'estinzione totale della stirpe forse perchè, fortunatamente, alle trasformazioni ambientali del passaggio dalla Stagione della Luce a quella della Notte e all'estinguersi di Zilideh corrispondevano adattamenti somatici se non ancora adeguati, per lo meno sufficienti a garantire la sopravvivenza, unitamente agli accorgimenti scientifici sempre più precisi ed accurati. E già i più giovani cominciavano ad amare la Notte ed il suo fascino freddo. Ma miliardi di Lamiriani non facevano ritorno, ogni volta, dalla Lunga Stagione. Quando si era lassù, nella Profonda Notte del Ghiaccio,si era completamente soli, non esisteva più nulla. Solo la Notte.

Coi suoi tentacoli freddi e luminosi. Tutti lo sapevano. Solo quando ritornava la Stagione della Luce si poteva scendere sul pianeta, ritrovarsi e... contare gli Assenti. Quelli che erano scomparsi per sempre, inghiottiti dalla Notte. La vita ricominciava, allora su Lamir. Prima tiepida, chiara, poi più luminosa, sotto il sole di Filideh. Una poesia particolare si sprigionava ora da quelle piccole brillanti candele, miriadi, quasi fosforescenti, lucciole impazzite o falene, che circondavano l'atmosfera in una tentatrice danza di Morte. La capsula le attraversava ruotando su se stessa con sfida, mentre all'interno un movimento opposto serviva a compensare lo spostamento sull'asse e a dare il senso dell'immobilità perfetta. Fiammelle ghiacciate luccicanti colpivano con rabbia la superficie, schizzavano via proiettate dal movimento della navicella, si riavventavano dopo aver cozzato con le compagne creando come un gorgo iridescente che dava l'impressione di nugoli di insetti impazziti. La paura più grande nasceva dalla ripetitività ossessiva di quel perenne crearsi e sfaldarsi e ricrearsi selle particelle di ghiaccio all'urto con le pareti della capsula. Un sistema protettivo di ultra-raggi difendeva lo strato esterno,ultimo di tanti, tutti a calori crescenti compensati, sicché, al contatto i prismi lucidi e freddi si sfrangiavano.

I diamanti di ghiaccio s'avventavano, poi sbandavano sfaldati e corrosi dal calore; ma appena si allontanavano dalla capsula ringhiottiti dalla Notte, tornavano a ricomporsi in mille forme sempre diverse e luccicanti. Mille occhietti iridescenti scintillavano, toccavano, si sfaldavano, s'allontanavano, rinascevano in un gioco incontrollato e ossessivo nella sua ciclicità rapidissima. Una silenziosa esplosione luminosa, appena un bagliore nel Buio, avvertì che la Notte, aveva fatto un'altra vittima. No, nessuno ancora poteva avere la certezza del ritorno. Chissà tra quanti anni gli scienziati avrebbero trovato un rimedio che garantisse la sopravvivenza.

Tutte le menti del pianeta erano impegnate nella Ricerca. Chissà chi si era sfaldato nello spazio: un estraneo, un amico... Eppure una poesia particolare nasceva da quegli occhietti scintillanti nella Notte. Il rapido succedersi dei freddi balenii creava dei guizzi melodiosi; quasi una musica si, un motivo luminoso sembrava crescere saltellante nel Buio e sprigionarsi tutt'intorno creando come un linguaggio magico, suadente. Non se n'era mai accorto prima e si chiedeva come mai proprio ora, con i riflessi appesantiti dai suoi trentacinquemila anni quasi trentase... ...Un'emozione veloce e lancinante come una frecciata gli crebbe dentro mentre continuava a fissare irretito la melodia che saltellava nella Notte e quegli occhietti accattivanti sparsi qua e là nel Buio.

Fu un attimo. Di Verità. Era vecchio e stanco e non volle lottare. Abbandonata a se stessa la navicella sobbalzò. Si bloccò nei movimenti. Piccole faville iridescenti, incrostazioni di ghiaccio la catturavano rapidamente attacandosi alla superficie, penetrando nei congegni, coprendola inesorabilmente. Inghiottendola. La Verità. Attaccavano con crudeltà, o forse con amore, per farlo Loro. Poi, silenziosa l'esplosione iridescente come un fuoco d'artificio nella Notte. Era stanco.

Ma finalmente capiva. Di colpo si sentì proiettato, sfaldato, sfrangiato, in ghiaccioli di luce fredda. La Verità. Ma era dolce, non dolorosa. Capì che in una corsa lenta come il tempo di lassù, si sarebbero ritrovati tutti ad uno ad uno. Si sentì felice. Lo avvolsero e accolsero. Migliaia di piccole, fredde, Intelligenze gli sorridevano nella Notte di Lamir. Viveva, ora, come Loro.

Lilli Blanco


 

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