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Difendere ovunque i cittadini migranti: I Comuni si dichiarino città aperte e interculturali. PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Di Claudio   
Domenica 09 Agosto 2009 07:04

"Ogni Comune si dichiari Città aperta, solidale, libera da norme e comportamenti razziali, interculturale e riconoscente con le migliaia di immigrati che lavorano nei rispettivi territori." di Rodolfo Ricci

 

Nel giorno in cui si ricorda una delle maggiori tragedie dell’emigrazione italiana, quella di Marcinelle, in Belgio, dove nel 1956 perirono oltre 260 lavoratori tra cui 150 italiani, entra in vigore in Italia, il cosiddetto “decreto sicurezza”, con il quale viene introdotto il “reato di clandestinità”, secondo il quale una specifica condizione che riguarda centinaia di migliaia di immigrati nel nostro paese, è sufficiente a comminare una pena di detenzione, oltre a quella pecuniaria e a innescare un meccanismo di delazione che è già iniziato, oggi con l’arresto di due persone. Ieri, in Lombardia, una giovane donna marocchina che aveva tentato in tutti i modi di regolarizzare la propria posizione senza riuscirci, si è suicidata gettandosi in un fiume.

La gravità di questa misura sarà chiara nei prossimi mesi, durante i quali le donne “clandestine” saranno costrette a partorire di nascosto figli che non risulteranno in nessuna anagrafe, e altri bambini già nati non frequenteranno le nostre scuole per il timore di denuncia cui vanno incontro le rispettive famiglie. A ciò si sommerà l’impossibilità di accesso alla sanità pubblica per gli stessi motivi. Il tutto, tenendo presente che gli ospiti delle nostre carceri sono già ora, per due terzi, cittadini immigrati.

Si tratta, con tutta evidenza di leggi razziali rispetto alle quali ciò che resta della civiltà di questo paese va chiamato ad una mobilitazione straordinaria che può prevedere la disobbedienza civile e il l’obiezione di coscienza da parte di tutti gli operatori delle istituzioni pubbliche, dalla scuola, alla sanità, ma anche dei privati cittadini i quali, qualora affittino alloggi a “clandestini” sono passibili di essere anch’essi puniti dalla regale giustizia italiana.

E’ davvero singolare la coincidenza con la data dell’8 agosto di Marcinelle, giorno dell’emigrazione italiana nel mondo voluta alcuni anni or sono dall’ex Ministro Mirko Tremaglia; vi si ricorda l’esodo di 28 milioni di Italiani nell’arco di 100 anni; un’emigrazione fatta per metà di clandestini, di irregolari che si sono diffusi dal nord Europa, alle Americhe, all’Oceania e che hanno sopportato condizioni di vita e di lavoro durissime.

Una comunità di migranti che oggi viene stimata in oltre 60 milioni di persone tra cittadini ancora italiani e di oriundi e che costituisce la più grande collettività migrante della storia contemporanea. Dentro questo mare di emigrazione è utile ricordare che la comunità regionale più grande è quella dei veneti, seguita da quella piemontese e poi, a distanza, da quella siciliana, campana e calabrese.

Un’emigrazione che negli ultimi anni è ricominciata a fluire soprattutto dalle regioni del meridione ancora una volta verso il nord Europa, Germania in testa, Inghilterra a seguire, con consistenti contingenti verso la Est cost degli Stati Uniti. Si tratta di centinaia di migliaia di persone che se ne sono andate negli ultimi 15 anni, insieme alle altre centinaia di migliaia che dal sud vano e vengono come pendolari di lunga distanza verso il nord e il nord-est italiano. Solo negli ultimi 10 anni la Sicilia ha visto ridurre la sua popolazione di 500.000 persone.

Le ragioni di emigrazione e immigrazione, fatte salve le differenze relative, sono sempre ed ugualmente legate ai diversi livelli di sviluppo di aree contigue e alla crescente povertà, così del sud Italia nei confronti del nord e dell’Europa continentale, come della costa sud del Mediterraneo rispetto alla costa nord. Per l’Africa e l’Oriente a ciò si aggiunge la tragedia di guerre finanziate dai civili paesi ricchi quasi sempre motivate da obiettivi di sfruttamento intensivo di risorse naturali locali (petrolio, diamanti, minerali preziosi per le nuove tecnologie, ecc.).

La creazione di nuovi untori su cui scaricare le colpe di una situazione economica grave e destinata a peggiorare è indice dell’abisso culturale in cui è caduta questa Italia, che non sa più né ricordare il proprio passato, né sa leggere il suo terrificante presente, fatto di caste politiche ed economiche che possono permettersi qualsiasi comportamento, intoccabili e indecenti, compenetrate di criminalità, o, se va bene, inette e silenziose, cioè complici.

Chi glielo ricorda agli sprovveduti cittadini e lavoratori i cui redditi sono sempre più insufficienti che se siamo arrivati a questo punto è perché altri loro connazionali si sono fottutti il bene pubblico con l’evasione fiscale più alta del mondo, con la corruzione dilagante, con il ladrocinio organizzato scientificamente la cui manifestazione lampante sono la proliferazione di ville esclusive e automobili che somigliano sempre più a carri armati, insieme alle quasi 800 mila autoblu e tante altre inezie che tutti, volendo, abbiamo quotidianamente sotto gli occhi ?

Chi glielo dice che forse varrebbe la pena imporre a questi signori un risarcimento, seppure parziale, di quanto si sono ingoiati nei decenni rampanti del neoliberismo ?

La grande maggioranza dei centri di potere attuali sono stati costruiti con metodi che ricordano la conquista del west, ammantati di regole e codicilli scritti sempre più minuti nei contratti che le imprese grandi e piccole sottoponevano al cittadino ignaro e sprovveduto, sostenuti da imponenti campagne di marketing e da mediatiche guerre egemoniche per la santificazione del mercato. Il quale non c’è mai stato ed esiste solo nell’iperuranio o nei movimenti delle ombre delle caverne platoniche.

Ora che tutta l’impalcatura è crollata miserevolmente, cosa si aspetta per recuperare quella sana abitudine di dire pane al pane e vino al vino ? Se le malsane abitudini del trentennio hanno, come sembra, conquistato definitivamente le mediocri anime di quelli che dovevano dirigere le pratiche di un riformismo che è diventato a tutti gli effetti un nuovo compiacente conformismo a tutte le latitudini, non c’è altra via che ripartire da zero.

“Mi domando che madri avete avuto

Se ora vi vedessero al lavoro

In un universo a loro sconosciuto ….”

Ripartire per esempio dai migranti, ultimi tra gli ultimi. Per questo da difendere strenuamente e incondizionatamente come in una decisiva battaglia del Piave. Si apprestino, rapidamente, concrete ronde di solidarietà, siamo stati, siamo e saremo tutti migranti.

E ogni Comune si dichiari Città aperta, solidale, libera da norme e comportamenti razziali, interculturale e riconoscente con le migliaia di immigrati che lavorano nei rispettivi territori. Rodolfo Ricci (Segr. gen. FIEI)


 

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