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Licenza di uccidere: la politica dell'aggressione PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Di Claudio   
Giovedì 03 Settembre 2009 10:29

Castells: Comunicazione, potere e killeraggio politico Esce domani "Comunicazione e potere" di Manuel Castells, una riflessione sulla politica mediatica nell'età dell'informazione

 

Riportiamo un passo sul killeraggio politico:

 

Castells: Comunicazione, potere e killeraggio politico Licenza di uccidere: la politica dell’aggressione Manuel Castells, Comunicazione e potere, Università Bocconi editore, pagg. 300-303)

La personalizzazione della politica ha conseguenze straordinarie per la tattica elettorale. Se le probabilità di riuscita di una opzione politica dipendono dalle qualità percepite di una persona, una campagna efficace deve esaltare le qualità del candidato gettando al tempo stesso un’ombra sull’avversario. Inoltre, le immagini negative hanno sul comportamento di voto un effetto più potente di quelle positive, come ho documentato e analizzato nel capitolo 3 e in questo capitolo.

Il killeraggio politico è dunque l’arma più potente nella politica mediatica. Questo può realizzarsi in vari modi: mettendo in dubbio l’integrità del candidato stesso, nella vita pubblica e in quella privata; ricordando agli elettori, in modo esplicito o subliminale, gli stereotipi negativi associati alla personalità del candidato (per esempio essere nero o musulmano in America o nel Regno Unito); distorcendo le dichiarazioni o le posizioni politiche dei candidati in modo tale da farle apparire in conflitto con valori fondamentali dell’elettorato; denunciando malefatte, o dichiarazioni controverse di persone o organizzazioni legate al candidato; o rivelando corruzione, illegalità o condotta immorale nei partiti o nelle organizzazioni che appoggiano una candidatura.

In tutti i casi, l’obiettivo è quello di sollevare dubbi tra i potenziali sostenitori del candidato e mobilitare gli elettori dell’opposizione. A causa dell’efficacia della costruzione di immagini negative, si è avuta una diffusa tendenza in tutto il mondo all’uso di informazioni distruttive come tattica predominante delle campagne politiche. Le informazioni lesive si possono reperire, fabbricare, o distorcere intorno a un fatto isolato dal suo contesto. Così, una componente chiave di ogni campagna politica è la pratica che negli Stati Uniti ha preso il nome di opposition research.

Stephen Marks, un consulente dei repubblicani, abbracciò con calore la ricerca sull’opposizione come specializzazione professionale per oltre dodici anni (1993-2006). Passava il tempo, secondo le sue parole, a «scavare nel fango» per distruggere le opportunità elettorali degli avversari dei suoi clienti – di solito candidati democratici, ma anche altri repubblicani alle primarie. Colpito da una certa stanchezza personale e morale, ha rivelato le sue tattiche e quelle della sua professione in un notevole libro intitolato Confessions of a Political Hitman: My Secret Life of Scandal, Corruption, Hypocrisy and Dirty Attacks That Decide Who Gets Elected (and Who Doesn’t) («Confessioni di un killer politico: la mia vita segreta di scandali, corruzione, ipocrisia e sporchi attacchi che decidono chi è eletto (e chi no)»; Marks, 2007).

Marks non chiede scusa. Ritiene che portare alla luce la vera natura dei politici è praticamente un servizio pubblico. E non ci sono neppure illegalità – almeno non tra gli episodi riportati nel suo libro. La sua testimonianza, per quanto autoassolutoria, apre una rara finestra sul mondo dei rat-fuckers, il nome che fieramente si diedero gli operativi dell’affare Watergate. Il compito è relativamente semplice. Richiede di identificare, con i sondaggi e con il parere di consulenti politici, tutti i punti dannosi per un dato candidato in una data elezione. La specificità è essenziale. Poi ha inizio la ricerca, usando documenti d’archivio come liste elettorali, dichiarazioni alla stampa, episodi biografici corredati di materiale esplicativo, investimenti finanziari, interessi finanziari, dichiarazioni dei redditi, proprietà, fonti delle donazioni elettorali, e simili. In alcuni casi di ricerca sull’opposizione (non rivelati nel libro di Marks ma presentati in altri resoconti), lo scavo tra le informazioni personali, come le documentazioni delle carte di credito, i tabulati telefonici, le destinazioni e le spese di viaggio, producono una massa di particolari che aiutano a ricostruire la vita privata e pubblica del politico preso di mira (Hollihan, 2008).

Poiché nessuno è perfetto, e poiché la politica professionale impone frequenti compromessi morali per mandare avanti le cose, una attenta ricerca raramente lascia a mani vuote. Questa evenienza è ancora più rara se la ricerca si estende all’organizzazione politica madre, che si tratti del partito, di stretti alleati o della campagna stessa. Le informazioni raccolte vengono quindi elaborate alla luce di ciò che sarebbe più controproducente secondo i sondaggi, e vengono infine trasformate in messaggi ai media, o come spot pubblicitario lesivo o come informazione lasciata trapelare a giornalisti ben collocati, con tanto di prove visive a corredo quando possibile.

Considerando l’efficacia degli attacchi negativi, i politici o i partiti devono essere pronti a rispondere, anche se non vorrebbero, perché come diceva Truman e come Hillary Clinton ha ripetuto all’infinito nella sua campagna per le primarie 2008, «Se non sopporti il caldo, non stare in cucina». Quindi ogni campagna deve accumulare munizioni di rappresaglia nel caso si rendessero necessarie, spesso come deterrente per l’avversario.

Non molto diversa dalla ricerca sull’opposizione è la «valutazione di vulnerabilità», ossia una ricerca di informazioni sul candidato della propria parte per scoprire potenziali problemi nella sua vita e nel suo comportamento prima che possa tirarli fuori l’avversario. In realtà, i consulenti politici abitualmente includono queste competenze nei loro servizi (e nei loro emolumenti).

A metà strada tra attività di detective, ricatto legale, e marketing politico, la professione è diventata sempre più popolare e ricercata, prima in America e poi in giro per il mondo, con alcuni professionisti che sono diventate figure leggendarie. Per esempio, di Averell «Ace» Smith – il consulente che si dice abbia gravitato per breve tempo intorno alla campagna per le primarie 2008 di Hillary Clinton al modico costo di $140.000 – un collega consulente democratico, che lavorava nello staff di Clinton alla Casa Bianca, diceva che era «uno di quei tizi pelati e occhialuti che non mi piacerebbe incontrare in un vicolo buio» (Abcarian, 2008, App. 14).

Tuttavia, una campagna negativa ha i suoi costi, in quanto può produrre un effetto boomerang tra elettori che non necessariamente amano il gioco sporco, nonostante il fascino che può esercitare il lato oscuro delle celebrità. Occorre che esista un fine equilibrio tra la negatività verso l’avversario e la correttezza da parte del candidato. È per questo che la via più efficace alla distruzione dell’immagine consiste nel provocare una fuga di notizie verso i media rimanendo al di fuori della mischia, mentre l’avversario viene tempestato da rispettabili giornalisti trasformatisi di punto in bianco in paparazzi da tabloid.

È per questo che, nonostante le loro capacità, i signori e signore della black propaganda non sono in grado di spuntare grosse vittorie senza un aiutino: quello dei media, sempre pronti a diffondere succulente informazioni per mettere a terra qualche personaggio politico; l’aiuto delle stesse organizzazioni politiche, che forniscono gran parte del materiale e spesso passano informazioni per eliminare la competizione all’interno del loro stesso partito; e l’aiuto di un oscuro esercito di trafficanti di informazioni che riforniscono entrambi i campi di munizioni, in modo da prosperare personalmente nei killing fields della politica mediatica


 

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