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La Via Crucis dell'Aquila con i versi di Mario Narducci PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Di Claudio   
Giovedì 09 Settembre 2010 06:31

Incontro ad Urbino con il giornalista e poeta Mario Narducci

 

 

 

 

 

 

 

Agosto, per Mario Narducci, è solitamente un mese migratorio verso le Marche, anzi, più precisamente verso Urbino, straordinaria città d’arte dove il giornalista e poeta aquilano coltiva una grande messe d’amicizie e d’interessi culturali che, di anno in anno, contrappuntano in quella città eventi di significativa valenza. In quelle due settimane, liberatorie dai suoi molteplici quotidiani impegni, rifugge solitamente la quiete feriale per dare invece spazio a spigolature, approfondimenti, confronti su temi letterari, d’arte e costume, dove la diversità d’ambiente produce una fioritura di fecondi parallelismi culturali.

Questo, però, è un tempo particolare per Mario Narducci e per tutti gli Aquilani. E Urbino ha voluto dedicare a Narducci, alla sua poesia e sopra tutto all’Aquila, la sua città, un’intensa giornata di riflessione. Lo ha fatto tributando un omaggio all’ultima produzione poetica di Narducci, Tempo di Passione, una silloge composta da un Incipit, dodici liriche numerate come le stazioni d’una Via Crucis, ed un Exitus, raccolta in un bel volume, impreziosito dai disegni originali di sette sensibili artisti: il compianto Ennio Di Vincenzo in copertina, poi Domenico Colantoni, Teofilo Masulli, Maria Giovanna Narducci, Augusto Pelliccione, Massimina Pesce e Vincenzo Tiboni.

 

L’evento, quasi un religioso convito d’un pubblico assai numeroso e partecipe, è stato guidato dalle riflessioni critiche di Maria Lenti, scrittrice urbinate, già docente e parlamentare per due legislature, e da Gastone Mosci, docente di Letterature religiose comparate all’Università di Urbino, insigne studioso ed infaticabile animatore culturale. Nella sala ricolma, un silenzio quasi sospeso e un’emozione spessa e palpabile. “Tempo di Passione - ha detto Gastone Mosci - è un canto di strazio e di disperazione. E’ un poema di tragedia e di dolore che, recando la data del 25 aprile, abbraccia diciannove giorni di sventure, un testo che segna la letteratura della catastrofe, vissuta nel segno delle invocazioni bibliche e cristiane. Narducci ha dato un tono di commozione ininterrotta al ritmo ed alla composizione poetica. Essa procede con tensioni sempre più incisive, dodici atti di una rappresentazione di pianto e di sventura, come il lamento antico di Iacopone da Todi, come la sofferenza collettiva di Ignazio Silone, come il corteo processionale della Perdonanza. Il terremoto dell’Aquila - ha aggiunto il prof. Mosci - ha distrutto la città, ha ferito la gente d’Abruzzo, ha imperversato per centinaia di giorni. E’ diventato la rappresentazione del male, di chi attenta al tuo bene e al tuo spirito. Come già nel suo grande libro di poesia Il Deserto e i Giorni, dove sulla strada dell’esodo del tempo attuale Narducci richiamava l’annuncio del Verbo quale sostegno all’umanità, in un mondo gravato dal dissesto spirituale e sociale, partendo dall’invocazione cristiana per poi proporre un discorso civile, così oggi in Tempo di Passione da una domanda di fede si passa ad una coralità di popolo, di persone colpite che sono alla ricerca di un bene assoluto, per superare la tragedia. Il ritmo segue però il canto di narrazione - ha concluso Mosci - dove domina il giudizio civile ed il cammino della solidarietà, estranei all’idea dell’assedio ed alla cultura dell’alienazione. E’ in fondo un pungente teatro della parola che urla le fratture della natura, che scruta il disastro, che sillaba i nomi delle vittime, che piange la sventura in bilico tra silenzio e preghiera comunitaria, tra silenzio e voci di dolore”.

 

Nette, decise e convincenti le annotazioni esposte da Maria Lenti, nella sequenza delle dodici stanze poetiche in  Tempo di Passione. “E’ il Calvario di una terra spaccata, di una città distrutta, di un evento che ha inghiottito, tragicamente e più o meno metaforicamente, affetti, vite, memorie. Il presente e il futuro. E’ il Calvario - ha commentato Maria Lenti - di chi vede, sa e soffre. E vive la passione delle perdite, in cui il cuore d’improvviso manca e sembra franare l’esistenza ai sopravvissuti. E vive, drammaticamente, le coincidenze, inspiegabili ma reali, di una passione che coincide con l’inizio della Passione di Cristo. Cadute e salite, mentre la ripresa che si determina appare sì terribile, ardua, e però irrinunciabile, perché se la salvezza è possibile lo è solo ricominciando e affidando cristianamente, a chi ha sofferto patimenti ed ingiustizie, il proprio stato e il proprio costato aperto, prostrato e, in apparenza, vinto. Questo - ha ancora annotato la Lenti - è il Tempo di Passione di Mario Narducci: testimoniare il proprio esserci, proclamare la necessità di esserci, farsi tramite di comunicazione con la disperazione dell’altro, avere colleganza con tutti nella condivisione di un dramma restituito nello specchio desolato di una desolata nudità: quella delle speranze troncate, del tempo interrotto, degli amori sottratti, del bene perduto, della serenità svanita, della casa sventrata. Tempo di Passione - ha poi concluso - è momento di ricerca, di fratellanza, di comunione, d’aiuto e sostegno. E’ la solitudine del non essere soli, la voce che può di nuovo chiamare a sé, la Parola che non tradisce e che, anzi, ti porta all’altro. In definitiva, l’accaduto emerge a testimonianza e a messaggio, dentro il calore di un afflato poetico che non nasconde le negligenze umane dentro un dolore rivissuto dalla creatura nel tempo sincopato della passione”. E’ stato un pomeriggio di rara suggestione e davvero emozionante, specie quando Narducci ha parlato dell’Aquila, del suo presente pieno di problemi e difficoltà, della dura condizione d’una comunità che ancor oggi soffre per la forzata diaspora d’una parte consistente di cittadini. In tale stato, stenta a riprendere la normalità della vita quotidiana e specialmente quella culturale. E per una città che della cultura ha fatto una prelazione, tale condizione è tra quelle che più danno preoccupazione, pur se molte iniziative sono in campo per recuperare al più presto una qualche regolarità.

Ora, dovendo chi scrive esprimere non un giudizio critico, che è di ben altre competenze come dianzi annotato, ma qualche emozione per un testo poetico di singolare intensità, avverto un vago senso di pudore. Tante e tante volte ho distillato i versi di Mario Narducci in Tempo di Passione, un viaggio doloroso lungo la via che sale al Golgota aquilano. Un testo poetico che si medita - specie gli Aquilani - come appunto le stazioni d’una Via Crucis. Il volume, infatti, si segnala per essere una delle più immediate e strazianti testimonianze, in versi, del dramma che il 6 aprile 2009 ha colpito L’Aquila, la città capoluogo d’Abruzzo, e numerosi borghi vicini. Le “stazioni” poetiche risalgono alle prime due settimane successive al sisma. Sono il lacerante grido di dolore, senza mediazioni e senza pensamento della ragione, ma l’icastica rappresentazione dell’anima di fronte alla sofferenza morale e materiale degli Aquilani - e dunque propria, dell’Autore - espressa senza la mitigazione del tempo e senza il lenimento delle ferite indotto dal generoso concorso di solidarietà dei Volontari d’ogni angolo d’Italia.

 

Sono dunque immagini istantanee, e perciò stesso un contributo eccezionale alla memoria d’una comunità che potrà, domani, fra qualche anno o fra qualche secolo, avvertire il peso dell’indicibile sofferenza, rivivere lo strazio della tragedia, e comprendere - per quanto questo sia possibile, dopo - con maggiore sensibilità le pagine della nostra storia dolorosa attraverso il medium poetico che, più d’ogni altro, sa trasmettere il lamento dell’anima. Eppure, meditando queste quattordici “stazioni” liriche, non si può non riconoscervi del Poeta una fede profonda, non solo religiosa, ma anche civile, nelle risorse morali d’una comunità che per secoli ha saputo risorgere dopo le tante “Passioni” della sua storia. L’essenza stessa dell’indole civica è quasi preludio all’opera, che si apre con una Dedica, lancinante, “… /alla Città della distruzione/delle periferie urbanizzate/a quella della diaspora/a quella delle vie desolate/delle piazze vuote/delle Chiese sventrate/del Palazzi minacciati/dei condomini immersi/in una notte di silenzi infiniti/a quella dei monumenti solitari/come eremiti tristi/ …”, che però si conclude con quella fede che guarda fiduciosa al domani, “… /Perché il miracolo si compia/e torni il sereno/e scorra il vino buono/come a Cana/dove nasceva una famiglia nuova/e proseguiva l’avventura umana”.  

 

L’incipit del Poeta guarda ai vicoli della città, a quella caratteristica della singolare struttura urbana medioevale dell’Aquila che disegna appunto vicoli, sdruccioli, coste gradonate che arrancano a piazza del Mercato, intensi di vita. Prima. “L’ultima voce dei vicoli/fu quella del sisma/un grido disperato/serpeggiò per le strette discese/cavalcò gli sdruccioli e le coste/e quando tacque, il silenzio/ ribollì in singhiozzi soffocati./Era scesa la morte/sul numero magico delle piazze/e su quello sacro delle chiese/e su quello limpido delle fontane/cui restò in gola/l’ultima sorgiva …”. Non sembri irriverente l’accostamento. La Via Crucis comincia ricordando “Gesù è flagellato, deriso e condannato a morte”. Ecco la prima stazione di Narducci: “… Mausolei di macerie/lacrime di polvere/randagi divenimmo/cani delusi/tra fotocellule e sirene/per chi resta/soltanto compassione”. Quel 6 aprile era la notte del lunedì della Settimana Santa. Così il Poeta nella seconda stazione: “Domenica delle Palme/mai tante lacrime/riserbò l’ingresso/a Gerusalemme/…/Appena il tempo/dell’ultima cena/e subito il crucifige/…”. Eccolo alla terza: “…/Pasqua non avrà liturgie/se non nelle piazze/degli accampati/e Cristo risorgerà/sulle macerie/e sopra le lacrime/…”. Quarta stazione: “…/Vecchi scampati alla tregenda/bambini nell’abisso/dell’oltretomba/il pianto non ha età/non hanno età i pianti/è l’ora che tutto appiana/nessuno è dissimile/tra i simili/la differenza è un attimo/...”.

 

Nella quinta stazione c’è il dramma del monastero di Santa Chiara, a Paganica, crollato, con suor Gemma rimasta sotto le macerie: “Per la Badessa delle Clarisse/fu l’ultima compieta/Sobri estote et vigilate/Ma il leone ruggì/con la voce del sisma/e fu l’apocalisse/…”. Poi, alla sesta stazione, il cuore si stringe al cospetto d’una delle tragedie familiari del borgo più martoriato dal sisma: “I due fratelli di Onna/occhi chiari/sorriso dolce/muto il cronista/rappreso nella tragedia/di padre colpito/la raffica di vento nella notte/le lacrime per punteggiatura/…”. Alla settima stazione il pensiero è per coloro che, Vigili del Fuoco e Volontari, sono stati a scavare tra le macerie, per salvare vite, per recuperare vittime, per essere accanto a noi nel dolore: “…/Ma verrà tormentosa/la pioggia a notte/disperante e crudele/ad acuire suture/a moltiplicare fatica/per angeli senz’ali/mai stanchi di vegliare/ogni ferito un altare/il giro dei Sepolcri/sarà tra loro, infinito/Giovedì Santo così diverso/…”. L’ottava stazione del Poeta è straziante, come quel Venerdì Santo di duemila anni fa. Il nostro, all’Aquila, il 10 aprile 2009, vide la cerimonia funebre per le vittime del terremoto. Non ci fu l’annuale processione con i Simboli della Passione, creati da Remo Brindisi: “Non i simulacri di Brindisi/vanno per le strade deserte/sfilano non viste/le bare di tutti i caduti,/asperse di lacrime/d’acqua dell’ultima preghiera/…”. La nona stazione narra quella cerimonia: “…/I vincoli del sangue/non hanno più rantoli/da gridare/L’apocalisse ha rubato/ogni umano sentire/la preghiera sta dura tra i denti/dentro le bare è rinchiusa/anche l’ultima consolazione”. E la decima è la fotografia del Potere: “Roma è scesa/dove è calata la morte/Lo Stato il Governo il Parlamento/lo sguardo compunto del rimorso/le parole del dovere/e quelle della solidarietà/Sospesa a mezz’aria/aleggia colpevole/la coscienza impunita/…”.

 

Toccante, nell’undicesima posta, il ricordo d’una delle suore dell’istituto che a San Gregorio accoglieva bimbi di famiglie disagiate, morta proteggendo quelle creature: “Una d’esse fu tratta/dalle macerie/nata madre nell’ora della morte/s’era stesa con la veste bianca/su quattro cuccioli per regalare aria/sconfiggere la polvere/aggirare il destino/Era morta di parto/come le mamme del dolore/impagato/dell’amore infinito”. La dodicesima stazione ricorda la Pasqua di Resurrezione. Il dramma volge alla speranza.: “…/La vittima pasquale/tramutò in gaudio ogni pena/Sette giorni di passione/come interminabili mesi/come anni insondabili/il tempo incompiuto/s’è fatto compiuta eternità/…/La Pasqua del Risorto/è già Natale per quanti/conobbero ogni sventura”. Infine, l’exitus della silloge, con il ricordo di una delle stradine del centro storico dell’Aquila, via Crispamonti, molto cara all’Autore: “Le ripide scalette dell’infanzia/i giochi nei cortili/e le complicità dentro i portoni/…/E adesso questo orrore/questa polvere fitta che perdura/oltre i mesi trascorsi/questa malinconia che ci trafigge/questa strada sparita/senza più cuore/lei che straripava”. Ecco, si conclude così il viaggio attraverso il Calvario dell’Aquila. Una testimonianza poetica di prima mano, Tempo di Passione. Una via dolorosa, quella dell’immediato dopo terremoto dell’Aquila, percorsa attraverso lacerti della poesia di Mario Narducci, che meglio d’ogni altro commento descrive sofferenze, emozioni e speranze degli Aquilani. Quei versi restano impressi nel profondo dell’anima, connotano una sensibilità poetica spiccata, disegnano sulla polvere delle nostre macerie il campo della condivisione dei valori antichi d’una comunità che, nonostante tutto, vuole rinascere. Non solo ricostruendo case, chiese e monumenti, ma anche più solide le fondamenta della comunità civile, al pari di quanto avvenuto dopo gli altri terremoti che hanno terribilmente cadenzato la storia della città.    

 

Mario Narducci è nato nel 1938 all’Aquila. Giornalista professionista, ha lavorato per “Il Resto del Carlino”, “La Gazzetta del Popolo”, “Avvenire” e “Il Popolo”, seguendo per quest’ultimo, come vaticanista, i viaggi apostolici di Paolo VI nell’ultimo scorcio del pontificato e, per dieci anni, quelli di Giovanni Paolo II, poi raccontati nel volume, esaurito, “Le ragioni dell’anima”(Calderini, Bologna, 1989). Ha fondato e dirige “Novanta9”, periodico di lettere, arti e presenza culturale. E’ direttore responsabile di TvUno e del quotidiano on line SecoloNuovo.it. Presidente dell’Istituto di Abruzzesistica e Dialettologia, è promotore del Premio L’Aquila intitolato ad Angelo Narducci, direttore storico del quotidiano ”Avvenire”. E’ componente di numerosi Premi letterari. Ha pubblicato i seguenti testi di poesia: “La Ragazza di un mese” (Ceti, Teramo), “Se insiste la speranza” (Cannarsa, Lanciano), “Il deserto e i giorni” (IAED, L’Aquila) con un contributo critico di Alda Merini, “Le offese stagioni” (Confronto, Fondi), vincitore nel 1998 del Premio “Libero De Libero”.


Ultimo aggiornamento Giovedì 09 Settembre 2010 09:25
 

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