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Scritto da Redazione   
Lunedì 08 Novembre 2010 15:35

Dopo un terremoto tutto cambia: le case, i monumenti, il profilo di una città e, naturalmente, dei suoi abitanti. Il terremoto è uno di quegli eventi in grado di trasformare radicalmente luoghi e uomini, rendendo gli animi inquieti e l’egoismo più acuto.

Un terremoto è una prova che ci impone una forte capacità di reazione, l’esercizio di una matura intelligenza, capace di effettuare connessioni logiche, riconoscere o stabilire relazioni, classificare, formulare ipotesi in base ai dati forniti, trarre conclusioni basate sui risultati ottenuti e sulle ipotesi verificate, risolvere situazioni problematiche utilizzando linguaggi specifici, applicare le conoscenze acquisite a situazioni della vita reale, anche per porsi in modo critico e consapevole di fronte ai temi di un’area da ricostruire.

Invece, con il terremoto siamo sprofondati in una categoria da Terzo Mondo, in senso sia materiale che psicologico, arrabbiati ed assieme depressi, incapaci di rialzarci per riflettere e pensare a ripartire. Le istituzioni hanno dato una mano, fra rimpalli di responsabilità dichiarazioni e smentite, soldi virtuali e tasse da restituire nell’immediato ed interamente, zona franca da definire e progetti ancora da delineare. Siamo divenuti un popolo errante fra macerie sostanziali e morali e, poiché dopo un grande sisma è il tessuto sociale e culturale che fa i posti, viviamo il quotidiano in una dimensione da sopravvissuti, sempre più agitati e sempre meno lucidi, più distanti, ogni giorno che passa, da dimensioni di ricostruzione, rinascita e speranza.

I sentimenti che oggi ci abitano, sconfiggendo ogni possibile e lucida serenità o salvifica speranza, sono la vendetta e la pretesa di ottenere tutto e subito, senza alcuni indirizzo logico, né un preciso piano di riedificazione antropologica, prima ancora che architettonica ed urbanistica.

Secondo l’Antropologia Personalistica Esistenziale (A.P.E), creata da Antonio Mercurio e che attinge anche al pensiero di Freud, il progetto vendicativo si annida nell’esperienza dolorosa legata ad un nostro bisogno fisico ed affettivo insoddisfatto e da questa deprivazione si genera la ferita narcisistica che è alla base del “revanscismo”. Due sono le reazioni primarie a questa ferita. La decisione di odio indifferenziato e la costruzione di un nuovo progetto che riempia il vuoto privativo sostituendo alla possibilità di avere soddisfazione al bisogno una nuova aspettativa di gratificazione, derivante dal desiderio di vendetta per la mancata “gratificazione”.

Ma, in noi ed attorno a noi, a 19 mesi dal quel maledetto 6 aprile, si è fermi alla prima delle due fasi: un odio indistinto e diffuso, generico ed incontenibile, che monta nella società e nei singoli. In questo modo, si genera un paradosso, per cui l’Io che ha orrore del vuoto a causa della privazione dei propri bisogni, viene a non poter più tollerare il desideri di sentirsi pieno, in quanto ciò che ora si cerca è il risarcimento del torto subito e lo si cerca nell’autorità (politica o amministrativa), senza alcuna elaborazione razionale o impegno personale. Il tema dell’odio e del progetto vendicativo – seppur rilegati e rimossi nell’inconscio – condizionano sia il modo in cui la persona interpreta la realtà che i principi in base ai quali pone in essere le sue decisioni.

Osservando i bambini possiamo vedere come si comportano allorché sono arrabbiati perché non hanno avuto o hanno perso qualcosa (ad esempio un giocattolo). Il più delle volte si chiudono con le braccia al petto, hanno il muso stretto, l’occhio arrabbiato e piangono inconsolabili. E come bambini, la più parte delle volte, ci siamo comportati tutti noi, divenuti una società che mostra il muso duro, sbraita e protesta, ma non propone, né è in grado di farlo.

In questo modo il progetto vendicativo si pianta profondamente nelle coscienze e cresce in ciascuno, tanto da farci vivere perennemente nell’attesa di essere risarciti; rimanendo nel dolore e nella consapevolezza di essere stati vittime di ingiustizia, sicché tutto il mondo e “gli altri” sono ingiusti e meritano di essere puniti. Per curare la ferita narcisistica abbiamo stretto una santa alleanza con il dolore e sotto la guida del progetto vendicativo abbiamo mosso guerra a tutto e tutti. E forse, in un primo tempo, abbiamo fatto bene. Ma oggi, indubbiamente, questa modalità ci tiene legati al palo con il nostro dolore al piede e in attesa del risarcimento, immobilizzati e ringhiosi, macerie fra le macerie. Così, fra i pesi del cuore, più grave ed ineludibile degli altri crucci, cresce in noi la pretesa del tutto e subito: un abito sartoriale confezionato su misura per ognuno di noi, che si adatta alle diverse storie personali, alle diverse forme dei corpi, ma che a livello più profondo ci parla di dolori comuni che non vogliamo sentire, di cui non vogliamo prenderci cura, per i quali al contrario chiediamo di essere risarciti.

Alla base di questo desiderio di risarcimento e di vendetta, perché la nostra elaborazione è stata minima o mancante e non vogliamo sentire il dolore della colpa per non amarci abbastanza, c’è la rabbia che proviamo e che veicoliamo su noi stessi, sul nostro corpo e che poi scarichiamo sugli altri. Più la ferita è grande, più la pretesa è forte, più è vecchia, più è radicata, strutturata al punto di non farci neanche accorgere di viverla, nel quotidiano. Da tutto questo si esce col perdono e con l’umiltà, superando il rancore che ci paralizza e la pretesa che ci trasforma in deliranti assertori di una richiesta di impossibile onnipotenza e che, alla fine, ci renderà invisi a coloro che ancora ci guardano con umana pietà, per l’accaduto e le sue conseguenze.

Sempre Antonio Mercurio, ci insegna che, in queste crisi, occorrerebbe rifarsi all’insegnamento che ci viene dal mito di Ulisse, metafora dell’uomo in costante contatto con il suo progetto interiore, capace di rinunciare alla hybris nel riconoscimento dei propri limiti e delle proprie possibilità. Un pacato esame di coscienza, che ci risvegli impegni e responsabilità, è quindi la fase individuale che deve precedere il pretendere dal di fuori e dagli altri un ipotetico, quanto generico aiuto. Superbia e pretesa sono nodi difficili da sciogliere, poiché affondano le proprie radici nei legami profondi che l’uomo costruisce fin dalla vita intrauterina e che riemergono, insensati ed incontrollati, nei grandi traumi a carattere distruttivo. Superbia e pretesa sono veleni esistenziali che inquinano la nostra vita, in ogni caso, soprattutto dopo un evento che distrugge certezze, futuro e speranze. Confrontarsi con questi veleni costituisce un volano per la crescita personale ed è un lavoro che non solo porta ad incontrare parti nascoste di sé, ad individuare complicità inattese, a decidere di far morire parti di sé per dare vita ai desideri, al progetto profondo che ognuno di noi ha; ma che può condizionare quella progettualità di singoli e comunità che manca non meno degli aiuti che tutti reclamiamo.

Se non sapremo ricongiungerci ai singoli progetti interiori, se non sapremo riformulare un progetto in cui tutti ci rispecchiamo, se non sapremo rinunciare al “revanscismo” collerico fatto di pretesa e di odio, finiremo come il barbiere “Swenney Tood” del film di Burton: persone il cui dolore si trasfigura inesorabilmente verso una distruttiva follia, conclusione amara e dark da cui non si sfugge, persistendo in un cupo ed inelaborato senso di espropriazione e ingiustizia. E, poiché l’antropologia, ancora, ci insegna, che occorre comprendere e fondare la dignità della persona umana, cogliendone lo spessore metafisico e la ricchezza fenomenologico-esistenziale e che la dignità della persona non è solo un'onorificenza di cui fregiarsi, poiché implica il compito di realizzare con libertà e consapevolezza un'esistenza autenticamente umana, considerare infine che l'autorealizzazione che ognuno di noi, in questa fase, deve perseguire, non è solo una faccenda privata, ma richiede la presa di coscienza che la propria esistenza è costruttivamente in relazione con gli altri e da ricostruirsi, per intero, assieme con loro.

di C. Di Stanislao

Letture consigliate

- Andreoli V.: Cronaca dei sentimenti, Ed. BUR, Milano, 2007.

- Frankfort L., Fanning P.: Facciamoci valere. Per rispettare (e far rispettare) i nostri bisogni e sentimenti, ed. red. Milano, 2008.

- Mercurio A.: Hypothesis on Ulysses. A new look on Odissey, Ed. Istituto Solaris, Roma, 2009.

- Mercurio A.: Ipotesi su Ulisse, Ed. Carra, Milano, 2008.

- Moody R. A. jr., Arcangel D.: La vita dopo un grande dolore, Ed. Armenia, Milano, 2007.

- Palombo G.: Il mal di vivere dell'uomo moderno. Saggi di antropologia personalistica esistenziale, Ed. Armando, Roma, 1999.

- Parsi M.R.: L'alfabeto dei sentimenti, Ed. Mondadori, Milano, 2003.

- Russo F.: La persona umana. Questioni di antropologia filosofica, Ed. Armando, Roma, 2000.

- Slepoj V.: Capire i sentimenti, Ed. Mondadori, Milano, 1997.

- Smith A.: Teoria dei sentimenti morali, Ed. Einaudi, Torino, 1995.


Ultimo aggiornamento Lunedì 08 Novembre 2010 15:54
 

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